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Microblogging….
Mi è capitato di recente di avvicinarmi al microblogging. In sostanza il microblogging e una chat che viene resa pubblica. Una chat con le regole degli sms. Infatti si dice micro perchè i messaggi/pensieri resi pubblici prevedono un numero limitato di caratteri (twitter ad esempio ne prevede un massimo di 140).
Dico questo perchè presentando twitter ad un amico mi ha fatto gentilmente notare che gli sembrava “un pò una cagata”. Allora in effetti ho dovuto ammettere che qualcosa di vero c’era.
Ma allora cos’era che mi attirava del micro blogging (nel mio caso twitter)? Beh.. a parte la comodità di poterlo aggiornare tramite il telefonino (con fring è un pò come chattare con un contatto skype) e poter esportare con facilità il feed sul mio blog ci doveva essere dell’altro.
In effetti sotto il mare di messaggi indifferenziati si nascondono percorsi esistenziali e quotinianità individuali con esperienze e significati specifici (Per dirla alla maniera del “connettivismo”: pattern).
Vagando sui microblog si diventa come Damiel e Cassiel, angeli del “Il cielo sopra Berlino”, che vagano per la città potendo ascoltare i pensieri delle persone osservandole nelle loro più profonde intimità esistenziali.
A parte l’immagine un pò poetica (in effetti si legge e si scrive solo quello che si vuole rendere pubblico) vi è una certa differenza nel leggere un blog piuttosto che un microblog .
Volendo realizzare un’analisi dei thread di scambio dei messaggi da un punto di vista sociologico il microblogging aiuta ad offrire un quadro di dettaglio di abitudini, pensieri, attività quotidiane delle persone che il blog in genere non offre.
Il blog tende ad avere uno stile di scrittura più retorico, messaggi più lunghi che richiedono tempi di lettura più lunghi. Nella maggioranza dei blog chi scrive pianifica l’articolo, che quindi perde in immediatezza e intimità.
Nel microblog, al contrario, vi è un’immediatezza espressiva quasi totale. L’impegno intellettuale non è solitamente maggiore a quello che ci mettete ad inviare un sms. Ma proprio la sua semplicità ci offre un serbatoio illimitato di fotografie della quotidianità. Scartabellando tra i messaggi degli utenti è possibile capire quale tipo di detersivo usa la casalinga del Maine oppure fare una ricerca sul tipo medio cyber elettore di Obama alle elezioni americane.
Potere del web 2.0!
1 commentCloud computing: Nuova tecnologia o marketing?
Un altra parola inglese su cui spesso vi imbatterete, o nella quale vi siete gia’ imbattuti, e’ ‘cloud computing’.
Cos’e'questo misterioso ed esotico termine di origine inglese che gli esperti piu’ trendy presto utilizzeranno in massa per dare sfoggio della loro padronanza di linguaggio ed elevata competenza?
Cloud in inglese significa ‘nuvola’ ed in fondo il termine ben si addice alla sostanza che vuole esprimere: vapore acqueo. Cioe’ stessa consistenza del fumo che ormai da piu’ parti si suole vendere. Con cio’ non voglio dire che non vi e’ nulla di interessante in questo approccio ma che il nuovo termine riflette semplicemente una rinnovata strategia commerciale piu’ che una reale innovazione tecnologica. Stesso fenomeno che riscontro nell’iphone il quale viene spacciato per innovativo (in quanto consente il collegamento ad internet veloce, il push mail, funge da lettore musicale ecc.ecc.) pur avendo funzionalita’ gia’ presenti in molti smartphones da parecchio tempo. Personalmente posso assicurare che tutte le funzionalita’ con cui e’ stato reclamizzato l’iphone sono presenti anche nel mio misero HTC e, credeteci pure, ne ho molte di piu’ (permettetemi la breve polemica con questo nuovo gioiello della tecnologia che sembra fatto piu’ di milioni spesi in pubblicita’ che in una reale innovativita’ del prodotto).
In effetti l’idea che sottende al cloud computing non e’ del tutto nuova. Si parlava di A.S.P. gia’ qualche anno fa’. Non per parlare del famoso linguaggio di scripting per il web di casa microsoft ma per definire gli Application Server Provider. Ovvero un modo specifico in cui alcune software houses distribuiscono applicativi permettendo l’accesso tramite web senza bisogno di installazione sul vostro personal computer. In sostanza pensate di usare il pacchetto microsoft office senza bisogno di installare nulla sul vostro computer. Basta una connessione ad internet ed un browser per poter utilizzare i softwares piu’ disparati. Un sito che illustra in maniera chiara quanto affermato e’ www.zoho.com.
Ma perche’ nuvole? Beh… non lo so per certo! Ma fatto sta che la parola ‘cloud’ sembra avere un elevato potere evocativo. Mentre l’asettico asp era termine conosciuto solo tra i piu’ tecnici la parola cloud sembra ispirare anche coloro che proprio tecnici non sono e che amano sfoggiare terminologia erudita pur di impressionare l’uditorio di riferimento.
In ogni caso gia’ nel 1960 un tal John McCarthy del MIT teorizzava un tale uso del computer. e gia’ da tempo molte aziende offrono servizi simili.
Come spesso accade anche questa e’ quindi solo questione di trovare un nome d’effetto. Un appellativo che possa creare un’aurea di esoticità e la percezione di rivoluzione tecnologica. Che possa servire come propulsore commerciale per prodotti molto spesso utili ma che, per qualche motivo, hanno difficolta’ a penetrare in un mercato di massa.
Sembra giunto il momento, per il ‘cloud computing’ (o A.S.P. nella sua definizione originaria) di sfondare. E’ cio’ grazie al supporto di un insieme di fattori che vanno da una maggiore diffusione della banda larga al nuovo trend elevatosi a panacea per guarire i mali del mondo denominato web 2.0. Ma molta, molta, molta attenzione alla vostra privacy. Questa tecnologia e’ molto affascinante sempre che il fatto che qualche sconosciuto gestisca tutti i vostri dati non vi turbi troppo.
Connettivismo e elearning 2.0
Per quanto ci si sforzi c’è sempre qualche nuova applicazione (widgets, APIs ecc.) che ti sfugge e anche volendo fare lo sforzo immane di catalogarle tutte (impresa in cui non ho alcuna intenzione di cimentarmi) per una singola persona risulta impossibile il test loro funzionalità in quanto ogni giornata dovrebbe essere di 48 ore (ammesso che bastino!). In altre parole la sovrabbondanza di informazioni e la velocità con cui esse si aggiornano e si moltiplicano rende difficile il compito di dare un senso compiuto al percorso di apprendimento quotidiano che devo affrontare per mantenermi costantemente aggiornato. Lo sforzo diventa quindi quello di trovare una coerenza di senso nelle informazioni che seleziono come degne di nota (ai miei fini) tra la miriadi che semplicemente mi scorrono sotto gli occhi.
Anche tra quelle che potrebbero risultarmi utili ce ne sono alcune che, in quel contesto, sembrano più utili delle altre. Ma quelle che al momento sembrano meno utili potrebbero esserlo maggiormente in un prossimo futuro. La mole delle informazioni potenzialmente utili e trattabili aumenta a dismisura: Ma del resto che bisogno ho di memorizzarle tutte? Esse sono li e le posso ripescare quando voglio! so dove andarle a ritrovare nel caso ne avessi bisogno. Mi basta sapere dove sono per recuperarle all’occorrenza e riciclarle a mio piacimento per creare nuovi sistemi di significato partendo da oggetti (contenuti) preesistenti. Naturalmente per attribuire nuovo senso a significati preesistenti devo aggiungere qualcosa di mio: esattamente il senso che voglio attribuire e che è funzionale ai miei scopi.
Il senso nel mio caso è dato dalla risposta alla domanda: quanto è utile quello strumento per apprendere on line? Se non mi pongo questa domanda le informazioni che scorro rimangono in uno stato indistinto, entropico di assenza di senso. Ma ciò è dovuto alla mia incapacità (o assenza di una necessità di attribuzione di senso) di “vedere” anche solo uno dei molteplici sensi insiti nelle relazioni tra le informazioni (oggetti) in rete.
In sostanza la molteplicità e velocità delle informazioni che viaggiano e a cui abbiamo accesso in rete crea un sovraccarico che impedisce una riorganizzazione delle stesse in strutture di senso “apprendibili” in maniera economica (evitare di leggere decine di informazioni per poi rendersi conto che ne bastavano 2 o 3) ed organizzabili coerentemente.
Comportamentismo, cognitivismo e costruttivismo sono le teorie che più hanno influenzano il modo di progettare e realizzare percorsi di apprendimento. Tutt’oggi la maggior parte dell’elearning è realizzato seguendo i principi di queste teorie di apprendimento sviluppate prima dell’affermazione del web.
Ma sono ancora sufficienti a descrivere la nuova realtà in cui le persone si trovano a dover apprendere? Fino a prima dell’avvento del web (e soprattutto prima del nuovo approccio metodologico definito web 2.0) i tempi di apprendimento erano più dilatati. Le informazioni erano ridotte e reperirle richiedeva tempi molto più lunghi se comparati con quelli odierni. Con il web aumenta esponenzialmente la velocità di apprendimento, la facilità nel reperire le fonti informative e la mole delle informazioni da tenere in considerazione. Ora l’abbondanza di informazioni e la loro facile reperibilità rende strategica l’abilità nel sapersi informare da fonti autorevoli nel tempo più breve possibile. L’apprendimento informale prende il sopravvento su quello formale. Oltre all’individuo, anche la comunità diventa organismo che apprende. Oltre al sapere come e sapere cosa assume sempre maggiore importanza anche il sapere dove.
Le vecchie teorie dell’apprendimento partono dal presupposto che l’apprendimento è un processo del tutto personale e non considerano l’apprendimento come processo che può risiedere esternamente all’individuo. Così facendo escludono dal loro campo di applicazione l’apprendimento delle organizzazioni. Inoltre le vecchie teorie si concentrano maggiormente sul processo di apprendimento e meno sul valore di quanto appreso.
Il connettivismo può essere una teoria alternativa in grado di offrire un quadro del nuovo scenario di apprendimento.
Per il connettivismo noi deriviamo le nostre conoscenze/competenze dalle connessioni che possediamo o di cui facciamo parte. La complessità e molteplicità delle connessioni può essere facilmente percepita come caos, sovraccarico informativo in cui è difficile trovare senso o coerenza nelle informazioni. Il caos diventa una nuova realtà nel processo di apprendimento delle persone.
A differenza del costruttivismo dove chi apprende attribuisce significato, per il connettivismo, il significato esiste di per se stesso e la nuova sfida consiste nel ritrovarlo laddove sembra nascosto. La ricerca delle connessioni di significato assume pari dignità dell’attribuzione di significato (Per George Siemens, principale teorico dell’apprendimento connettivo, le connessioni di significato hanno più significato del significato stesso. La mia è una visione più morbida).
Ciò non sta a significare una posizione passiva di chi apprende in quando l’individuazione di pattern coerenti di significato (attribuzione di senso ai significati) implica uno sforzo cognitivo pari a quello per la creazione di significati. Dal mio punto di vista l’attribuzione di senso è essa stessa creazione di significato. Non è qui il caso di trattare le teorie semiotiche mi basta dire che qui intendo il significato come la rappresentazione concettuale di un significante (oggetto) ed il senso come la descrizione delle relazioni che i significati (gli oggetti) assumono in un determinato contesto.
La teoria del caos riconosce la connettività del tutto con il tutto (effetto farfalla). Applicando questo concetto all’apprendimento le condizioni di dipendenza iniziali impattano in maniera importante su cosa e come apprendiamo. Il “decision making” è esplicativo di questa situazione: al variare delle condizioni iniziali che hanno portato ad una determinata decisione varia anche la validità della decisione stessa. Alla luce di ciò è facile capire come sia possibile attribuire più importanza alle connessioni di significati che al significato stesso. Il significato non si cristallizza ma diventa mutevole in rapporto alle condizioni di partenza che ne hanno deciso la sua forma “temporaneamente cristallizzata”.
Se le connessioni e lo stabilirsi delle stesse diventano il nucleo del problema l’auto organizzazione si può definire come la formazione spontanea di strutture ben organizzate da condizioni iniziali random (Rocha 1998).
L’apprendimento, come auto organizzazione, richiede un sistema informativo aperto, in grado di classificare le proprie interazioni con l’ambiente e di cambiare la propria struttura all’occorrenza. L’auto organizzazione a livello individuale diviene il microprocesso di una più ampia organizzazione che riguarda la struttura organizzativa complessiva di cui l’individuo stesso è parte. La capacità di creare connessioni tra fonti informative ed individuarne pattern coerenti diventa fondamentale nella nostra economia della conoscenza.
Il connettivismo è l’integrazione nel processo di apprendimento dei principi della teoria del caos, della rete, della complessità e dell’auto organizzazione. L’apprendimento è un processo che prende forma da un ambiente informativo con elevato livello di entropia ma con significati intrinsechi i cui schemi vengono riconosciuti e descritti da chi apprende (in senso prettamente fisico non esistono pattern riconoscibili in oggetti con massima entropia ma mutuo il concetto perchè rende l’idea della confusione cognitiva in cui ci si trova ad un primo approccio con il web dove tutto le informazioni sembrano di pari rilevanza ed indistinguibili da qualsiasi parte le si voglia guardare). L’apprendimento può risiedere fuori da chi apprende ed è riscontrabile anche nell’organizzazione di cui facciamo parte. Nel flusso caotico di informazioni diventa importante capire quale è rilevante ai nostri fini e quale invece può non essere considerata.
I principi del connettivismo sono:
- L’apprendimento e la conoscenza consistono nella diversità di opinioni.
- l’apprendimento è un processo di connessione di nodi specializzati o fonti informative
- L’apprendimento può risiedere nello strumento (la conoscenza che risiede nell’organizzazione viene considerata alla stessa stregua di quella che risiede in un database. E’ compito di chi apprende ricostruire il pattern di significato coerente con le condizioni e gli scopi preordinati)
- la capacità di conoscere di più è più importante di quanto attualmente conosciuto
- Il mantenimento delle connessioni è necessario per facilitare l’apprendimento continuo
- l’abilità di trovare connessioni tra settori, idee e concetti diversi diventa una competenza chiave
- l’aggiornamento è lo scopo di tutte le attività di apprendimento connettivo
- Il sapere prendere decisioni diventa esso stesso un processo di apprendimento. scegliere cosa apprendere ed il significato delle informazioni che ci pervengono è visto attraverso le lenti di una realtà mutevole. Una risposta corretta adesso può non esserlo più domani a causa delle alterazioni del contesto informatico che influenza il processo decisionale.
I questo quadro il flusso delle informazioni ed il quadro contestuale nel quale esse sono create o reperite assume una nuova importanza pari (o addirittura superiore) alla validità dell’informazione stessa.
Il nodo equivale in importanza alla rete di cui fa parte e la rete equivale in importanza al flusso (essendoci dinamicità intrinseca preferisco definirlo flusso piuttosto che struttura così come la struttura di un fiume che scorre è data dal flusso della sua corrente) che permette la coerenza dei nodi.
Il punto di partenza del processo rimane l’individuo ma la conoscenza personale è parte integrante di un network che si nutre all’interno delle organizzazioni e che ad esse restituisce la conoscenza rielaborata creando un loop sistemico che rielabora ed incrementa ciclicamente la conoscenza.
Anche se in alcuni casi trovo il connettivismo troppo rigido nello sminuire l’attività di definizione dei significati effettuata dall’individuo limitandolo a mero scopritore di significati preesistenti sicuramente la teoria è promettente ed illustra le dinamiche che si trova ad affrontare la N-gen ( digital natives ). Del resto si può pensare di tutto ma non che ci si trovi di fronte ad un periodo di assenza di originalità e mancanza di idee innovative. Evidentemente l’azione di ricerca di significati preesistenti non preclude l’originalità nell’attribuzione di un senso innovativo al significato delle cose. Spesso basta semplicemente cambiare punto di vista.
http://www.domist.net/next/connettivismo.htm
http://en.wikipedia.org/wiki/Connectivism
http://www.elearnspace.org/Articles/connectivism.htm
No commentsyoutube & lucignolo
Molte trasmissioni giornalistiche demonizzano internet e siti come youtube attribuendogli tutta la responsabilita’ sugli atti di esibizionismo (che sfociano in violenze ed atti vandalici vari) di teenager ( e non solo) esaltati. Il giornalismo si fa tutore della moralita’ pubblica!
Martedi’ 10 giugno il tgcom di Canale 5 delle 22.30 invita i giovani a contattare la trasmissione Lucignolo (trasmissione pseudo giornalistica orientata alle nuove tendenze giovanili ed indirizzata, appunto, ad un pubblico giovane) per condividere pubblicamente le trasgressioni sessuali che gli stessi hanno compiuto. Il moralizzatore va moralizzato!